Parrocchia, quartiere e città

 
Tiziana Ciampolini,
responsabile dell'Osservatorio delle Povertà e delle Risorse della Caritas diocesana di Torino
 
 
In modo schematico.
 
Alcune osservazioni che partono da un osservatorio della carità. San Paolo diceva che la "carità è agape", quindi è trasversale a tutte le realizzazioni che si possono compiere nella vita comunitaria.
C'è una nuova "crisi", meglio siamo in tempo di "travaglio". Uso questo termine, non per porre l'accento sul dolore, ma per avere uno sguardo di speranza, perché quando c'è un travaglio c'è un parto.
Siamo in travaglio perché un po' tutti ci sentiamo in una condizione nuova, c'è un grande cambiamento, in cui non è più chiaro, come un po' di tempo fa, chi sono i poveri e chi sono i non-poveri. Oggi ci sentiamo un po' tutti ansiosi, ci sentiamo fragili, nel nostro sguardo che riguarda l'oggi è il domani.
Provo ad elencarvi alcune di queste situazioni.
1. Il sapere che potrebbe capitare qualche evento che da un momento all'altro cambia la nostra vita. Allora questa fragilità può radicarsi nella repentinità.
Parlando della "povertà classica", si avevano persone con delle "carriere di povertà", oggi ciò che caratterizza la situazione sociale è che improvvisamente può esserci qualcosa che scatena un effetto a palla di neve: si può perdere  il lavoro, poi si perde la capacità di produrre redditi, e quindi di poter generare qualcosa… fin quando ci si ritrova in una situazione sconosciuta che è quella della povertà.
2. La stessa situazione di precarietà genera ansia e l'ansia rende più povere le forme del pensiero, non ci permette di pensare a delle soluzioni.
3. Un'altra caratteristica di queste nuove forme di povertà è che nessuno è esente. Oggi, queste situazioni possono capitare a tutti: ad un dirigente di banca, ad un operaio, senza nessuna differenza.
4. La quarta caratteristica è che le persone non sanno gestire queste situazioni. Una cosa che si nota sempre più spesso è che per essere poveri ci vuole il fisico.
– non si sa dove andare a chiedere e quando non si sa a chi chiedere è un dramma.
– si ha vergogna a chiedere, perché per arrivare a chiedere ci vuole coraggio, competenza.
5. Lo scoprire di non avere una quantità di relazioni sufficientemente ampio e sufficientemente solido.
6. Non si sente di avere delle prospettive. Una sensazione che in questo momento attanaglia soprattutto i giovani.
 
Dobbiamo però saper vedere in positivo per creare delle forme nuove di solidarietà. Due pensieri al riguardo :
1) Dobbiamo crescere, o meglio dobbiamo svilupparci.  C'è spazio per costruire qualcosa di nuovo.
2) Occorre investire in risorse relazionali. Investire in capitale sociale che può essere un'ancora di salvataggio, ma anche un patrimonio eccezionale a disposizione per svilupparci in forme nuove.
(video).
Avere una rete di capitale sociale fa la differenza, e il capitale sociale va trasformato in valore economico. Capitale sociale che diventa moneta circolante.
Il capitale familiare è il bacino di capitale sociale più imponente, più capillare presente in Italia. Questo capitale sociale va però monetizzato, va messo a disposizione. Non possiamo "tenere tutta questa felicità per noi?".
(video).
Passare dal codice rosso della beneficenza al codice della promozione umana, per far si che accanto al fare del bene, che noi abbiamo ridotto all'aiuto economico, ci sia qualche altra cosa.
"Essere capaci di essere gruppo soglia", cioè di essere capaci di farci attraversare, di essere aperti. Farci  attraversare dall'altro, dai suoi problemi …
 
In conclusione, io proverei a lasciarvi qualche suggestione per continuare il cammino che avete iniziato:
1. provare ad impegnarvi per costruire un modo di essere tutti uguali, a guardare il mondo in modo diverso, aprendo gli occhi, il cuore verso il mio vicino;
2. mettersi nell'ottica della responsabilità, della responsabilità individuale e collettiva.
– responsabilità collettiva: "lasciare il mondo migliore di come l'abbiamo trovato";
– responsabilità individuale: fare dei muri dritti e solidi in ogni momento della nostra vita.
3. il bene va fatto bene. La differenza tra un piastrellista e un mosaicista è che il piastrellista rompe il muro e butta via i pezzi, il mosaicista invece si avvicina con lo sguardo dell'artista e con i frammenti di mattonella che sono per terra costruisce i quadri, perché dietro ogni tassello vede qualcosa di nuovo, noi dobbiamo essere così.
 
Questo è l'augurio mio e della caritas.
 
 

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